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Eziologia

Yersinia pestis, l’agente eziologico
della peste umana, è un batterio che appartiene alla famiglia delle Enterobacteriaceae e al genere Yersinia. Tre sono le specie patogene per l’uomo: Y. pestis, Y. pseudotubercolosis e Y. enterocolitica
. I batteri del genere
Yersinia risiedono abitualmente in diversi serbatoi animali:
Y. pestis nei roditori e negli insetti; Y. pseudotubercolosis
e Y. enterocolitica nei mammiferi e negli uccelli.
Essi sono responsabili di infezioni sia
nell’uomo che negli animali (Perry e Fetherston, 1997).
Il batterio
Yersinia pestis
è un coccobacillo Gram-negativo
(lungo 1-2 m e largo 0,5 m), non capsulato, aerobio ed anaerobio
facoltativo, immobile, non sporigeno, catalasi positivo, ossidasi ed
ureasi negativo. Isolata da campioni biologici e
colorata con una colorazione policromatica (Giemsa, Wayson e Wright), Y. pestis presenta la caratteristica “colorazione
bipolare” con le estremità intensamente colorate ed i bordi arcuati ed
una morfologia somigliante ad una “spilla da balia”. Y. pestis è in grado di moltiplicarsi
in un ampio range di temperature (da -2°C fino a 45°C) e di pH (da 5.0
a 9.6) ma la crescita ottimale si verifica ad una temperatura di 28° C
e pH circa 7.4 (Perry, 1997, Chanteau et al., 2003).
Il batterio non è capsulato ma se incubato ad una temperatura
superiore a 37°C e a pH 7,4, produce una glicoproteina capsulare
immunogenica; tale glicoproteina è l’espressione dell’attività genica
del plasmide pFra e prende il nome di frazione 1 (F1) (Campbell e
Dennis, 2001). Il bacillo ha una sopravvivenza limitata,
dell’ordine di alcuni giorni, nei cadaveri in putrefazione mentre è
resistente al freddo e si conserva bene nei cadaveri
congelati.

Resistente alla oscurità in un microclima che rispecchi quello delle
tane dei roditori può sopravvivere per numerosi anni nei sedimenti; in
queste condizioni può andare incontro a moltiplicazione e ciò
rappresenta un fattore importante dal punto di vista epidemiologico.
Tale sopravvivenza nel terreno è anche di fondamentale
interesse per gli studi paleomicrobiologici (Dutour et al., 1994;
Signoli et al., 1996).
I TRE BIOTIPI DI YERSINIA PESTIS
Dal punto di vista
filogenetico, nell’ambito dei diversi ceppi di Y. pestis
individuati nel corso del XX secolo, sono stati distinti tre biotipi
chiamati Antiqua, Medievalis ed Orientalis. La distinzione si basa sulla loro capacità di ridurre
il nitrato e di fermentare il glicerolo ed il mellobiosio (Davignat,
1951, Achtman et al., 1999; Hinnebusch, 1997; Drancourt e Raoult,
2002). I tre biotipi sono tutti ugualmente patogeni per l’uomo e per
gli animali (Biraben, 1975; Nguyên Tâng Am et al., 1988; Dennis, 1997).
Le analisi molecolari, condotte su una collezione comprendente 70 ceppi
di Y. pestis , appartenenti ai tre biotipi, raccolti
in un arco di tempo di 72 anni, hanno permesso di stabilire delle
correlazioni tra ribotipi e biotipi dei ceppi (Guiyole et al., 1997).
In particolare, sono stati individuati due ribotipi, designati con le
lettere B e O, che comprendono il 65,7% dei ceppi studiati. Il
ribotipo B comprende tutti gli isolati del biotipo Orientalis
mentre il ribotipo O comprende gli isolati dei biotipi Antiqua e Medievalis (Guiyole et al.,
1997). Sono state riscontrate delle
differenze evidenti nell’attuale distribuzione geografica dei biotipi e
dei ribotipi nei 5 continenti (Davignat, 1951; Guiyole et al., 1997).
Il ribotipo B (biotipo Orientalis) è stato trovato in
tutti e 5 i continenti mentre il ribotipo O (biotipi Antiqua
e Medievalis) è ristretto all’Africa centrale ed
all’Asia centrale. E’ stato proposto che questi patterns
geografici risultino dalla diffusione passata dei biotipi durante
ognuna delle tre principali pandemie di peste (Davignat, 1951). E’ stato ipotizzato che la peste abbia avuto
origine negli altipiani dell’Asia centrale (Wu et al., 1936) e che i
biotipi Antiqua e Medievalis si siano
originati da questo focolaio (Davignat, 1951). Il ribotyping ha
permesso di perfezionare quest’ipotesi e ha condotto alla proposta che
un clone principale del ribotipo O di Y. pestis (biotipo Antiqua) si sia diffuso
dall’Asia centrale alla Russia sud - orientale e all’Africa centrale
(regione dei Grandi Laghi e del Congo orientale). Si ritiene che esso
sia stato la causa della peste Giustiniana e delle epidemie di peste
che si susseguirono fino all’Alto Medioevo (dal VI all’ XI secolo d.C.).
Successivamente, un
secondo clone del medesimo pulsotipo (biotipo Medievalis),
privo della capacità di ridurre i nitrati,
si sarebbe diffuso dall’Asia Centrale in Crimea e quindi in tutta
Europa; esso sarebbe stato la causa della seconda pandemia nota come
Morte Nera e di tutte le epidemie successive scoppiate nel bacino del
Mediterraneo. Ancora più tardi, un
terzo clone del pulsotipo B (biotipo Orientalis) si
sarebbe diffuso a partire dall’Asia (dall’ area sottostante l’
Himalaya) e avrebbe causato la terza pandemia. Attualmente
esso è rintracciabile nei porti asiatici ed americani ed è responsabile
delle ultime epidemie di peste che si sono verificate nel sud della
Cina alla fine del XIX secolo e che si sono, in seguito, propagate in
tutto il mondo. Dalla metà del XX secolo, sono state
acquisite numerose conoscenze biochimiche, fisiologiche e genetiche su Y. pestis e sui fattori che ne determinano la virulenza.
Recentemente l’analisi delle sequenze di 5 geni caratteristici di Y. pestis ha confermato le suddette ipotesi (Achtman et
al., 1999). Nel 2001 la sequenza genomica completa del ceppo
CO92 di Y. pestis compendente 4.65 milioni bp e di
tre plasmidi è stata pubblicata da ricercatori inglesi (Parkhill et
al., 2001) così come quella del ceppo
KIM5. Comparando il DNA cromosomico della Y. pestis allo stato selvatico con quello di Y.
pseudotubercolosis, è stato
individuato un elevato grado di imparentamento genetico mentre il DNA
cromosomico di Y. enterocolitica non risulta così
strettamente imparentato (Acthman et al., 1999). Ulteriori supporti a
queste ipotesi sono forniti attualmente anche attraverso la
tipizzazione molecolare dei ceppi antichi di Y. pestis
(Drancourt e Raoult, 2002).
LE
EPIDEMIE DI PESTE NELLA STORIA
La prima pandemia: LA PESTE GIUSTINIANA
Le epidemie di peste
che, con andamento ciclico, si ripeterono tra il 541 ed il 750 d.C.,
sono indicate, nel loro insieme, con il termine di prima pandemia.

La prima pandemia
Geograficamente,
questa pandemia si estese a tutti i paesi del Mediterraneo mentre non è
nota una sua diffusione aldilà della Persia, sul versante orientale,
verso il Turkestan e l’India. La grande peste di Giustiniano ebbe
inizio nell’ottobre del 541 d.C. a Pelusio, porto mercantile sito sulla
foce del ramo orientale del Nilo. Vi giunse, secondo Evagrio Scolastico
di Antiochia, dall’Etiopia. Da Pelusio si diffuse
rapidamente in tutto l’Egitto, raggiunse Alessandria, la Palestina, la
Siria e, nella primavera del 542 d.C., raggiunse Costantinopoli dove
durò 4 mesi. La peste dilagò,
durante il periodo Tardo Antico e l’Alto Medioevo, attraverso grandi
ondate successive con una periodicità oscillante tra i 9 ed i 13 anni e
causò circa 100 milioni di vittime (Biraben, 1975). La medesima periodicità si manifestò
anche nei secoli successivi nel corso delle epidemie di peste che
scoppiarono durante il Basso Medioevo in Europa ed in Epoca
Contemporanea in Asia. Per quanto concerne l’Alto Medioevo, si
verificarono 20 grandi ondate epidemiche di cui almeno 18 colpirono
l’Oriente e almeno 11 colpirono l’Occidente.
La terza ondata
epidemica giunse in Occidente nel 570 d.C. molto verosimilmente tramite
i porti di Marsiglia e di Genova. Questa volta l’Occidente fu colpito
più severamente, in special modo, l’Italia e la metà orientale della
Gallia. Costantinopoli venne raggiunta dall’epidemia soltanto nel
573-574.
Anche
la quarta ondata epidemica (dal 580 al 582 d.C.) e la quinta (dal 588
al 591 d.C.) interessarono il solo Occidente. Iniziate nel 580 d.C. dal
porto di Narbonne, tali epidemie restarono limitate alle regioni
mediterranee della Spagna, della Gallia e dell’Italia.
La loro gravità fu considerevole, soprattutto in relazione al
fatto che i loro effetti andarono sommandosi a quelli di una violenta
epidemia di vaiolo, forse la prima in Europa, che colpì, anch’essa a
partire dal 570 d.C., tutta l’Europa continentale. Nell’ambito di questa pandemia, si
possono delineare alcuni tratti caratteristici che si osserveranno
immutati nei cicli di pestilenza che si manifesteranno dal 14° al 19°
secolo. In particolare, bisogna sottolineare la non
persistenza spontanea della malattia in Europa occidentale e la sua
“irruzione” periodica attraverso i porti che avevano contatti con il
Mediterraneo orientale. L’arrivo dell’epidemia, via mare, è
estremamente frequente essendo legato sia agli scambi commerciali, sia
al trasporto delle truppe. Un punto ancora enigmatico è la
scomparsa della peste dal mondo occidentale, dopo due secoli di
periodiche ondate epidemiche. Lo spopolamento delle regioni colpite ha
di certo contribuito a limitare la diffusione del contagio ma non è sufficiente,
secondo Biraben, a spiegare la scomparsa della peste, scomparsa di cui
non si conosce nemmeno la data esatta. Se ci si attiene alla
definizione stretta, secondo la quale sono da ritenersi pestilenze solo
quelle epidemie in cui viene menzionata nei testi la presenza di
bubboni, l’ultima pestilenza in Oriente è quella del Giordano che
terminò nel 750 d.C. e, in Occidente, quella di Napoli del 767 d.C.
I percorsi, i punti di penetrazione così come le vie di diffusione e le
zone colpite dal morbo rivelano degli aspetti importanti del
popolamento e degli scambi commerciali del 6° e del 7° secolo in
Occidente. Essi sottolineano la persistenza e l’importanza degli scambi
commerciali con Bisanzio, Alessandria e Cartagine, scambi che avevano
luogo tramite i porti occidentali di Ravenna, Roma, Genova, Marsiglia,
Narbonne e così via. Tutti questi porti rappresentano le “porte”
della peste poiché essi sono le “porte” dell’Oriente e proprio Venezia,
Genova e Marsiglia pagheranno un tributo altissimo in vite umane sino
al 17° e al 18° secolo. I percorsi di diffusione delle epidemie
sottolineano anche l’importanza svolta dal trasporto fluviale (ad
esempio l’asse Rodano-Saona), importanza che si manifesta in numerose
epidemie, nonché sottolineano la persistenza, in determinate zone, di
un popolamento urbano sufficientemente consistente dal punto di vista
numerico da permettere lo sviluppo della malattia. Le perdite in
vite umane da imputare alle epidemie di peste durante l’Alto Medioevo
sono molto difficili da valutare, tanto più che gli scrittori
contemporanei tendevano ad amplificare l’effettivo numero dei decessi
al fine di dare delle cifre aventi valore simbolico o di figura
retorica, il più delle volte sovrastimate (in alcuni casi sono stati
indicati tassi di mortalità del 130%
ed oltre). A Costantinopoli, secondo Evagrio, la peste del
542-543, avrebbe causato 300.000 mila vittime ovvero la metà o un terzo
della popolazione cittadina il che, secondo Biraben, non è
inverosimile. E’ poco probabile, secondo gli storici (Biraben,1975;
Biraben e Le Goff, 1969), vista l’estensione limitata del flagello e il
numero ridotto delle ondate epidemiche, specialmente in Occidente, che
tali epidemie abbiano causato la morte, come invece accadrà nel 14°
secolo, di un terzo o di un quarto della popolazione complessiva.
E’ molto probabile che, in specifiche località, siano stati raggiunti
tassi di mortalità compresi tra il 15 %
ed il 40% ed si stima che tra il 541 ed il 700
d.C. la popolazione si sia ridotta del 50-60%.
LA SECONDA PANDEMIA:
LA MORTE NERA
Dopo circa 600 anni di
assenza in Europa, la prima epidemia della seconda pandemia, nota come
Morte Nera, si
verificò tra il 1347-1350 (Biraben, 1975, Drancourt e Raoult, 2002). Si
diffuse in tutto il mondo allora conosciuto e causò circa 50 milioni di vittime di
cui una metà in Africa ed Asia e l’altra metà in Europa dove morì 1/4
della popolazione del tempo (numero stimato = 17-28 milioni di Europei).
Essa fu l’inizio di numerose esplosioni epidemiche che devastarono
l’Europa e l’Asia nei secoli successivi.

La seconda pandemia
Sulla base delle fonti
storiche (Biraben, 1975), si ritiene che la prima ondata epidemica (tra
il 1332 ed il 1336) si sia originata dalle steppe dell’ Asia centrale,
e che si sia diffusa, verso Occidente, attraverso le vie commerciali.
Sono state individuate
due vie di diffusione del contagio entrambe dirette verso l’Europa:
1-
la prima contornava il Mar Caspio del sud attraverso la
Persia, passava per Tabriz (autunno 1346), per Erzurum e raggiungeva
infine Trebisonda (1347).
2-
la seconda (corrispondente alla via della seta) contornava
il Mar Caspio verso nord lungo la valle deell’Amudar’ja, raggiungeva
Astrakan (1346), risaliva il Volga verso nord e discendeva verso il Mar
Nero seguendo il Don fino a raggiungere la città di Tana (inizio
1347).Da Tana, il morbo raggiunse il porto genovese di Caffa (oggi
Feodosia, porto di mare della Russia meridionale nella costa orientale
della Crimea).
Le cronache di Gabriele
de Mussis, testimone oculare della peste di Caffa, riportano che, nel
1346, il Khan Djanisberg fece gettare i propri soldati morti di peste
oltre le mura di cinta della città assediata affinché propagassero il
contagio e ciò determinasse la capitolazione della città. In breve
tempo, l’epidemia scoppiò anche tra gli assediati e questo facilitò
l’ingresso del morbo nel tessuto commerciale occidentale.
Mentre nella
città di Caffa l’epidemia dilagava, 12 navi salparono dalla città
dirette verso il porto di Genova. La
peste raggiunse Costantinopoli nell’estate del 1347 e da qui, seguendo
le rotte commerciali, si propagò nei diversi porti del Mediterraneo
orientale quali Creta, Cipro, Alessandria, Damasco. Nel frattempo
le navi raggiunsero l’Italia meridionale facendo scalo a Messina
(settembre 1347). Il contagio si diffuse rapidamente in città e, anche
se le galee vennero cacciate dal porto, l’epidemia nel giro di poche
settimane raggiunse Siracusa, Sciacca, Agrigento, Trapani e Catania
(ottobre 1347). Le navi, scacciate da Messina, fecero rotta su Genova
ove fu impedito loro di attraccare e, pertanto, si dissero al porto di
Marsiglia ove sbarcarono nel novembre del 1347. Da Marsiglia il
contagio si diffuse ad Arles ed Avignone e lungo tutta la costa
occidentale e, da qui, all’entroterra tramite gli scambi commerciali.
Dai porti siciliani, il contagio si diffuse in Calabria, in Sardegna,
all’Isola d’Elba (autunno-inverno del 1347) e a Genova (inverno 1347)
dove morirono almeno 40.000 persone e ciò equivalse ad un
dimezzamento della popolazione cittadina di quel tempo
(Hauser, 1882). Da Genova, l’epidemia si diffuse, da una parte, verso
Venezia (gennaio 1348) e dall’altra verso Pisa (gennaio 1348), Firenze,
Bologna, Modena, Napoli. Le fonti storiche riportano che, nella
sola Venezia (gennaio 1348), morirono 100.000 persone. Nel centro
Europa, l’epidemia dilagò seguendo due direttrici: una attraverso le
Alpi verso la in Svizzera ed in Germania; l’altra lungo il Massiccio
Centrale, raggiunse Parigi (agosto 1348). A Parigi, si stima che, in
diciotto mesi, siano decedute di peste da 50.000 a 80.000 persone su un
totale di 180.000 (Biraben, 1975). Il contagio si diffuse in
Spagna, in Inghilterra e in tutto l’est Europa. A Londra (novembre
1348) morirono all’incirca 100.000 persone. Nonostante l’elevata
mortalità della peste del Trecento, effetti altrettanto devastanti
furono causati dalle numerose e successive ondate epidemiche nonché
dalla grande epidemia che ebbe luogo all’inzio del XVIII secolo. Tra
il 1349 ed il 1665, soltanto poche decadi furono risparmiate dall
epidemie. Nella maggior parte dei casi esse originarono da focolai
endemici ed in alcuni casi soltanto la peste fu re-introdotta da
Oriente (Sticker, 1908).
LA TERZA PANDEMIA
La terza ed attuale
pandemia ebbe presumibilmente origine nella provincia cinese di Yünnan
nel 1855 (Cina meridionale al confine col Vietnam, Laos e Myanmar).

La terza pandemia
Il movimento di truppe
conseguente la “guerra dell’oppio” contro l’Inghilterra conclusasi nel
1842, produsse, in quest’area, una rapida diffusione dell’epidemia
lungo la costa meridionale della Cina. La peste raggiunse Canton
ed a Hong Kong nel 1894, Bombay nel 1898 e, tra il 1899 ed il 1900, si
propagò rapidamente nel mondo intero tramite le navi a vapore delle
flotte commerciali che avevano sostituito i vascelli a vela.
Nell’arco di 10 anni
(1894-1903), la peste comparve in 77 porti dei 5 continenti:
·
Asia (31 porti)
·
Europa (12 porti)
·
Africa (8 porti)
·
America del Nord (4 porti)
·
America del Sud (15 porti)
·
Australia (7 porti)
Dal 1903, la peste si
diffuse largamente in India ove provocò un milione di decessi l’anno.
Si stima che tra il 1898 ed il 1908 siano morti di peste circa 13
milioni di Indiani. All’inizio della terza pandemia, scoperte
importanti permisero di mettere in atto alcune forme di prevenzione e
di lotta contro il bacillo.
Alexandre Yersin (1863-1943) si arruolò nel 1890, come
medico di bordo su una nave della Compagnie des Messageries Marittimes,
diretta in Estremo Oriente. Integrato da Albert Calmette nel corpo di
sanità coloniale, Yersin fu inviato, nel 1894, a studiare l’epidemia di
peste scoppiata nella Cina Meridionale e, nell’estate dello stesso
anno, isolò ad Hong Kong, il bacillo della peste. Nel 1895, Emile Roux mise a punto il
primo vaccino rudimentale contro la peste a base di bacilli pestosi
morti e, nel 1898, Paul L. Simond evidenziò il ruolo giocato dai
roditori e dalle pulci (Xenopsylla cheopis in
particolare) nella trasmissione della peste murina ed
umana. La terza ed attuale pandemia ha portato alla stabilizzazione di
alcuni serbatoi endemici della zoonosi, serbatoi presenti in tutti i
maggiori continenti, Australia esclusa (Perry e Fetherston, 1997,
Drancourt, 2002).
SERBATOI DELLA PESTE, VETTORI E
MODALITA’ DI TRASMISSIONE
La
peste è una zoonosi ed il patogeno responsabile della malattia circola
all’interno di alcune popolazioni animali selvatiche (prevalentemente
fra i roditori) che sono particolarmente resistenti agli effetti
causati dall’infezione da Y. pestis. I focolai
di peste selvatica sono definiti “focolai primari” e si trovano in
tutti i continenti, Australia esclusa (Fig. 2 ciclo peste, serbatoio,
vettori). Alcuni esempi di animali che fungono da
serbatoi enzootici dell’infezione sono rappresentati da: scoiattoli del
terreno e di montagna, cani della prateria, marmotte, gerbilli, topi
della Guinea, cipmunks, ecc.
scoiattolo
cani della
prateria
marmotta
chipmunks
La peste “selvatica” esiste nei
focolai naturali indipendentemente dalla presenza di popolazioni umane
e dalla loro attività ed è raro che l’infezione umana sia contratta a
seguito di un’endozoozia in un focolaio naturale.
I focolai di peste urbana sono
definiti “focolai secondari o temporanei” ed, in essi,
la peste penetra a partire dai suoi focolai selvatici. La
peste urbana si manifesta all’interno
delle popolazioni di ratti sinantropi (ratto nero e ratto marrone) ed
di altri ospiti animali suscettibili all’infezione (gatti selvatici e
domestici, cani, lagomorfi (conigli e lepri), coyotes, cammelli, capre,
daini, antilopi) che vivono in contatto coll’uomo (Butler, 1991,
Dennis, 1997, Campbell e Dennis, 2001). Questi animali possono
rappresentare potenziali fonti di contagio per l’uomo. Le epidemie
di peste umana sono solitamente precedute da un’epizoozia e si
manifestano nelle aree densamente popolate in cui le condizioni
socio-economico-sanitarie sono disastrose. Epidemie di peste
urbana si sono verificate, sporadicamente, in Madagascar, in Vietnam e
in Myanmar (Campbell e Dennis, 2001). La peste può essere
trasmessa all’uomo per via indiretta o per via diretta. La
trasmissione indiretta, tramite morso di pulce, è la modalità di
contagio più comune fra gli animali sinantropi infetti e l’uomo.

Ciclo della peste
Le pulci si accumulano
all’ingresso delle tane dei roditori e nel suolo circostante. Dopo aver
abbandonato i cadaveri degli animali morti di peste, vanno alla ricerca
di nuovi ospiti sui quali compiere il pasto di sangue, e, non essendo
strettamente specie-specifiche, possono mordere anche l’uomo. La
pulce cosmopolita del ratto orientale, Xenopsylla cheopis,
ed in Brasile e Sud Africa, la Xenopsylla brasiliensis,
sono degli ottimi vettori della trasmissione del bacillo pestoso tra i
ratti e sono vettori molto efficienti anche nella trasmissione
dell’infezione all’uomo.
 
Xenopsylla cheopis Pulex irritans
Y. pestis si moltiplica in
numero enorme nel proventricolo delle pulci formando un bolo di bacilli
e di sangue coagulato che blocca il passaggio dei successivi pasti di
sangue. In questa condizione la pulce viene definita “bloccata”.
Questo si verifica soltanto a temperature ≤ 28°C e dipende da una
proteasi espressa dal gene pla (plasminogen
activator gene). Il rigurgito di una pulce “bloccata” mentre
compie un pasto di sangue facilita la trasmissione del bacillo pestoso
ad un nuovo ospite introducendo i batteri nella ferita provocata dal
morso (Campbell e Dennis, 1997). La trasmissione diretta può
avvenire per manipolazione o taglio della carne di animali appestati;
in questo caso, il bacillo pestoso penetra nel corpo umano tramite
lesioni cutanee o tramite le mucose orali, nasali e oculari. Gli
esseri umani che contraggono la malattia possono a loro volta divenire
fonti di contagio per altri uomini. Occasionalmente il contagio
inter-umano può verificarsi o tramite il morso della pulce dell’uomo (Pulex irritans) infettatasi dopo aver morso pazienti
affetti da peste setticemica o per contatto diretto tra una persona
sana ed una infetta (Karimi e Farhang Azad, 1974). Allorché la
peste bubbonica primaria si trasforma in peste polmonare secondaria, la
trasmissione aerea dell’agente infettivo può verificarsi da persona a
persona, per via respiratoria, provocando la forma nota come peste
polmonare primaria. Il contatto
diretto con oggetti contaminati dall’escreato di pazienti affetti di
peste polmonare può provocare la peste bubbonica. Nell’uomo
la malattia evolve naturalmente verso la morte (nel 70% delle forme
bubboniche e nel 100% delle forme polmonari) in meno di una settimana,
talvolta in alcune ore. Nel modello sperimentale su topo, è
sufficiente iniettare 1 batterio per via endovenosa e meno di 10
batteri per via sottocutanea per uccidere la maggioranza degli animali.
Sulla base di quanto detto, il bacillo della peste può essere
considerato come uno dei batteri più patogeni esistenti attualmente
sulla Terra (Carniel, 2002).
MANIFESTAZIONI CLINICHE
Peste bubbonica o ghiandolare
La peste bubbonica
o ghiandolare rappresenta la forma più frequente di peste
umana; si manifesta a seguito del morso di una pulce infetta e
dell’inoculazione sottocutanea del bacillo. Dopo un periodo di
incubazione da 2 a 6 giorni, compare un “bubbone” (tumefazione dura,
liscia, di piccole dimensioni ed estremamente dolorosa) che si
accompagna a febbre elevata (40-42°C) che
compare improvvisamente, ad un malessere generale, mal di testa e
talvolta vomito. I bubboni si possono formare a livello di qualunque
stazione linfonodale anche se prevalentemente vengono colpite le
stazioni inguinale, ascellare, sottoclavicolare, retroauricolare,
poplitea e faringea. Possono essere altresì colpiti anche i linfonodi
profondi sia toracici che addominali (Poland & Dennis, 1999).
Talora si possono verificare emorragie sottocutanee causate
dall’ostruzione dei capillari dilatati dall’ammasso di bacilli; si
verifica allora la formazione di macchie sottocutanee scure che, nel
Medio Evo, fecero definire la peste “morte nera”. Soltanto in un
30% dei casi descritti nella clinica, la patologia assume un decorso
benigno curabile ambulatorialmente. In questi casi, si verifica
l’interessamento di un solo linfonodo con formazione di un ascesso che
guarisce spontaneamente entro 8-10 giorni accompagnato da febbre e
polialgia. Nel 70% dei casi, invece, la malattia ha un decorso
molto più violento. Nelle prime 36 ore, dal momento della sua
inoculazione, il bacillo si moltiplica nei vasi linfatici e raggiunge i
linfonodi regionali. Dai bubboni, i batteri
diffondono in circolo verso la milza, il fegato e talvolta i polmoni,
ove si moltiplicano attivamente portando a morte, nei casi più gravi,
entro 10 giorni dall’infezione. In tali casi, si instaura la peste setticemica secondaria o batteriemia che causa
danni cardiaci, polmonari e renali, lesioni emboliche sottocutanee,
emorragie spontanee delle mucose, ematuria, cancrena alle estremità,
turbe psichiche e morte nel 100% dei casi. (Perry & Fetherston,
1997, Carniel, 2002).
Peste setticemica primaria
La
peste setticemica primaria è un’infezione del
sistema sanguigno. Nei pazienti che ne sono affetti, si manifesta senza
linfoadenopatia palpabile ma le colture di sangue risultano positive al
bacillo. Clinicamente, si
manifesta con una sintomatologia comune alla setticemia causata da
altri batteri Gram negativi ovvero febbre a 40-42° C, uno stato
atassico-adinamico, conseguente a lesioni del sistema nervoso, e
violenti disturbi gastrointestinali. Il tasso di mortalità
degli individui affetti da peste setticemica è alto e oscilla tra il
30% ed il 50%. Un tasso così elevato è spesso da mettere in relazione
al fatto che gli antibiotici, generalmente utilizzati per trattare
sepsi di origine non determinata, non hanno o hanno scarsi effetti su Y. pestis (Perry & Fetherston, 1997).
Peste polmonare
La peste polmonare è la
forma più grave della malattia che, in assenza di cure, ha esito
infausto, in meno di 3 giorni nel 100% dei casi. Il periodo di
incubazione è brevissimo da alcune ore a 1-2 giorni (Carniel, 2002) e
la malattia si manifesta, in genere, con la comparsa subitanea di
brividi, febbre, cefalea, mialgia, debolezza e diffficoltà
respiratoria. In seguito la malattia evolve e compaiono tosse,
produzione di escreato, dispnea, ipossia ed emotipsia. Una setticemia
ed un’endotossiemia possono complicare ulteriormente il quadro clinico
del paziente.

La
malattia si diffonde, tramite goccioline di escreato, a seguito del
contatto ravvicinato (da 60 cm a 1,5 m) con un individuo infetto e può
rappresentare l’inizio di un’epidemia di peste polmonare (Pollitzer,
1954; Wu, 1926; Strong, 1911; Meyer, 1961; Tieh et al., 1948) La
peste polmonare deve essere considerata come altamente contagiosa ogni
volta che si manifesta anche se la trasmissione da
persona a persona è più probabile in un
ambiente freddo e umido e soprattutto sovraffollato (Pollitzer, 1954;
Wu, 1926; Strong, 1911; Meyer, 1961; Tieh et al., 1948; Meyer, 1961;
Tieh et al., 1948; Doll et al., 1994; Perry & Fetherston, 1997).
DIAGNOSI
La diagnosi poggia sull’isolamento e
la caratterizzazione batteriologica del ceppo; questa tecnica, che è la
più affidabile, richiede troppo tempo (una settimana).
Attualmente, sono stati messi a punto dei tests di diagnosi rapida che
permettono di ottenere una diagnosi presunta di peste in pochi minuti
(tramite un dipstick di immunoriconoscimento) o in qualche ora (tramite
PCR) con un valore predittivo del 90% (Chanteau et al., 2003). La
serodiagnostica tramite ELISA permette ugualmente di eseguire una
diagnosi retrospettiva della malattia (Rasoamanana et al., 1997 ).
TERAPIA e PREVENZIONE
Terapia
La speranza di sopravvivenza
del malato è direttamente legata alla precocità della somministrazione
delle cure; se la diagnosi è precoce e la cura antibiotica rapida, gli
antibiotici, quali la streptomicina, la tetraciclina e
cloramfenicolo, da soli o in associazione, permettono di ridurre la
mortalità dal 60% a meno del 15%. Fino a poco tempo, fa il bacillo
della peste era considerato sensibile a tutti gli antibiotici attivi
contro i batteri Gram-negativi. Tuttavia, la recente ricomparsa in
Madagascar di un ceppo multiresistente agli antibiotici classicamente
utilizzati per la prevenzione e la cura della malattia, è stato di
recente identificato. Questo ceppo è risultato avere anche
un’elevata resistenza agli altri quattro antibiotici che avrebbero
potuto rappresentare dei trattamenti alternativi ovvero ampicillina,
kanamicina, spectinomicina e minociclina (Galimand et al., 1997)
Profilassi
Ogni soggetto che sia entrato in
contatto con un appestato viene sottoposto ad un trattamento
profilattico basato sulla somministrazione di tetracicline
e di sulfamidici.
Numerosi vaccini contro
la peste (attenuati o con bacilli morti) sono stati utilizzati in
passato. L’assenza di protezione nelle forme polmonari, la debole
durata dell’immunità e la gravità degli effetti secondari hanno portato
alla sospensione delle vaccinazioni. Attualmente non vi è
alcun vaccino efficace contro la peste che sia possibile utilizzare
(Carniel, 2002).
EPIDEMIOLOGIA
La peste non è mai stata eradicata
completamente. Nel corso degli ultimi 15 anni, più di 34.000 casi di
peste umana, sono stati dichiarati all’OMS in 24 nazioni (WHO, 2000). I
continenti più colpiti sono l’Asia e l’Africa seguiti dall’America.
Dall’inizio degli anni ’90, una recrudescenza considerevole del numero
dei casi di peste umana a livello mondiale, la ricomparsa di questa
malattia in focolai che si credevano estinti e l’ulteriore estensione
dei focolai già esistenti, fanno sì che la peste sia attualmente
classificata tra le malattie ri-emergenti (Schrag e
Wiener, 1995). I focolai endemici della peste sono
situati lungo una larga cintura a latitudini tropicali e subtropicali
nonché nelle zone più calde delle latitudini temperate del globo
comprese trai il 55° parallelo N e il 40° parallelo S.
Attualmente, la distribuzione della malattia coincide con la
ripartizione geografica dei suoi focolai naturali. Oggigiorno, sono stati
identificati numerosi focolai selvatici di peste e sono state messe a
punto numerose misure profilattiche e di sorveglianza che hanno ridotto
in modo significativo il potenziale epidemico della peste
in tutto il mondo (Chanteau et al., 2003).
Tuttavia è poco
probabile che tutti i focolai primari di peste siano stati scoperti e,
di conseguenza, sarebbe necessario esaminare tutte
le aree rurali nelle quali si siano manifestati, con regolarità, casi
di peste umana. L’assenza prolungata di
casi di peste umana, in prossimità di un focolaio primario, non
significa necessariamente che la peste sia scomparsa. Se non è
dimostrata la provenienza della peste da una fonte esterna, la malattia
va ricercata tra i roditori selvatici locali (Pollitzer, 1954, Dennis,
1997). In ogni continente, i focolai primari di peste sono legati alle
caratteristiche ambientali specifiche ovvero alle condizioni climatiche
favorevoli al mantenimento di un numero elevato e stabile di roditori
serbatoio e di pulci vettrici di Y. pestis. Nei
serbatoi naturali i casi di peste umana sono relativamente rari; essi
possono manifestare tra le persone che entrano in contatto con i
roditori selvatici a causa delle loro attività professionali, della
caccia o del camping. Il rischio di infezione umana cresce in
maniera significativa quando la peste si diffonde fra le popolazioni
dei roditori sinantropi, in particolare, tra le specie del genere Rattus. I focolai di peste murina esistono ancora in
Africa, in Madagascar (Brygoo, 1966), in Vietnam (Marshall et al.,
1967) ed in numerosi paesi sudamericani (Karimi et al., 1974).
La situazione diviene
potenzialmente critica allorché, oltre alla presenza di ratti
sinantropi nelle zone abitate dall’uomo, siano presenti anche ratti
selvatici nei campi che circondano le città (come in Madagascar e in
Africa orientale). In queste zone si possono trovare dei focolai
secondari complessi di peste murina molto più stabili rispetto ai
focolai temporanei che si verificano nei centri abitati. I focolai
di peste sono dinamici e si modificano in funzione dei cambiamenti di
vari fattori quali il clima, le caratteristiche del territorio e la
migrazione delle popolazioni di roditori.
RIPARTIZIONE
DELLA PESTE
Focolai naturali
di peste persistono attualmente in America del Nord e del Sud, in
Africa ed in Asia e, in una certa misura, nell’Europa sud-orientale
(carta geogr. OMS).
Europa
Focolai naturali di peste esistono
ancora in Europa ma solo nelle zone circostanti la depressione intorno
al Mar Caspio e lungo le pendici orientali del Caucaso.
Massa
continentale dell’Eurasia
La frontiera nord-occidentale dei focolai
naturali di peste è situata nelle regione compresa fra il Volga, il Don
e l’Ural.
Asia
I focolai naturali dell’Asia si
estendono lungo una linea ininterrotta attraverso il deserto e le
regioni delle steppe dei contrafforti del Caucaso, della Turchia
orientale e, ad ovest, nella regione nord –orientale della Repubblica
Islamica dell’Iran fino al fiume Liao-Ho nel nord-est della Cina.
I focolai asiatici non toccano in alcun modo la costa del Pacifico.
Focolai endemici si trovano in Cambogia, in Cina, in India, in
Indonesia, nella Repubblica Islamica d’Iran, in Mongolia, in Myanmar,
nel Nepal, in Vietnam, nella parte meridionale della Penisola Arabica e
alla frontiera tra lo Yemen e l’Arabia Saudita.
Africa
E’ noto che focolai naturali di peste
esistono in varie regioni africane. Si tratta in particolare del Sud
Africa, del Kenya, della Jamahirya araba libica, del Lesotho, del
Madagascar, della Mauritania, del Mozambico, della Namibia,
dell’Uganda, della Repubblica democratica del Congo, della Repubblica
Unita di Tanzania, del Senegal e probabilmente dell’Egitto.
America
settentrionale e meridionale
Nel Nord America, i focolai naturali
di peste esistono in diversi stati della costa occidentale degli Stati
Uniti (California, New Mexico, Arizona, Colorado), nel Canada
sud-occidentale alla frontiera con gli Stati Uniti e nel nord del
Messico. In Sud America, sono stati segnalati focolai in
Argentina, Bolivia, Brasile nord-orientale, Ecuador, Perù e Venezuela.
Per
quanto riguarda il numero dei casi e dei decessi dovuti a peste umana
segnalati all’OMS nei 44 anni, compresi tra il 1954 ed il 1997, si
osserva come essi non riflettano l’incidenza della malattia ma
rappresentino solo una frazione del numero reale dei casi; in realtà
non è detto che essi siano rappresentativi di tutti i casi attivi
conosciuti nel mondo. Le statistiche sulla diffusione della peste
nel mondo sono incomplete a causa della reticenza nel segnalare
ufficialmente i casi così come, a causa di una sorveglianza inadeguata,
la mancata o ridotta notifica dei casi può essere dovuta all’assenza di
laboratori che confermino la diagnosi di peste. Nella maggior
parte dei paesi vengono segnalati solo i casi confermati
batteriologicamente o sierologicamente. Si stima che la conferma in
laboratorio venga ottenuta solo in un terzo dei casi sospetti rendendo
così la situazione epidemiologica e l’incidenza reale della malattia
difficili da interpretare. I dati forniti dall’OMS permettono,
ciononostante, di farsi un’idea generale della ripartizione della peste
e delle sue tendenze a livello mondiale. Sulla base delle
notifiche ricevute dall’OMS, nel periodo compreso tra il 1954 ed il
1997, la peste ha interessato 38 paesi con 80.613 casi e 6.587
decessi. Il numero maggiore dei casi (6.004) si è avuto nel
1967 ed il numero minore (200) nel 1981.
Tra il 1967 ed il 1971,
il numero annuo dei casi ha sorpassato i 4000. Il totale di casi
relativi al periodo 1967-1971 è stato di 22.335 e il numero di decessi
pari a 975. Le analisi delle
statistiche relative alla peste per continente nel corso degli anni
1954-1997, indicano che la proporzione maggiore di casi segnalati (58,4
%) è stata notificata in Asia. Sono stati segnalati 47.091 casi e 3.595
decessi in 10 paesi asiatici. In Africa e nelle Americhe le
percentuali sono state rispettivamente del 27,8% e del 13,8 %.
Tra il 1967 ed il 1971, periodo durante il quale si è
registrata la maggiore incidenza della malattia dei 44 anni esaminati
(1954- 1997), la situazione riguardante la peste in tutto il mondo, e
non solo in Asia, è stata caratterizzata da violenti scoppi epidemici
in Vietnam (dal 1967 al 1971). In questo paese, sono stati segnalati
21.716 casi di peste umana il che rappresenta il 97, 2% dei casi in
Asia e l’89, 2% del totale mondiale. Sette paesi (Brasile, Repubblica
Democratica del Congo, Madagascar, Myanmar, Perù, Stati Uniti e
Vietnam) hanno segnalato casi di peste umana in
ognuno dei 44 anni esaminati. Violente
ondate epidemiche si sono verificate in India nel 1954, 1963 e nel
1994, dopo un’assenza di trenta anni, in Tanzania (dal 1990 fino al
1992) ed in Madagascar (nel 1994, dal 1997 fino ad oggi).

Questa
pagina web è tratta dal lavoro: "La
peste: aspetti storici e paleopatologici"
messo gentilmente a disposizione dalla dottoressa Raffaella
Bianucci
*Dipartimento di
Biologia Animale e dell’Uomo, Laboratorio di
Antropologia, Via Accademia Albertina, 13, 10123 Torino
– Italia
raffaella.bianucci@unito.it
Links tematici:
Gruppo di studio sulla Peste Istituto
Pasteur in Madagascar


Bibliografia
La bibliografia è disponibile presso gli autori.
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